Allucinazioni sull’erba: l’estate dei paradossi tra i miracoli di Alcaraz, l’afa londinese e i fantasmi di Sinner

Allucinazioni sull’erba: l’estate dei paradossi tra i miracoli di Alcaraz, l’afa londinese e i fantasmi di Sinner

“Li guardo e li riguardo. Ne ho discusso con gli amici, ma faccio ancora una fatica immensa a credere di aver vinto quella partita. Mi pare letteralmente impossibile”. C’è qualcosa di surreale, quasi onirico, nelle parole di Carlos Alcaraz dal nuovo Media Center del Queen’s Club. Con addosso la felpa e i pantaloncini viola del suo sponsor, e quel vezzo delle scarpe coi lacci spaiati, lo spagnolo rievoca la sua pazzesca finale di Parigi contro Jannik Sinner. Una rimonta da 0-40, con tre match point annullati, che è già passata alla storia come simbolo della sua resilienza.

Fresco reduce da tre giorni e tre notti di fuga a Ibiza – una parentesi che gli ha attirato addosso non poche polemiche, respinte al mittente con un sincero “sono uscito solo la prima sera” – Carlos si mostra col suo solito sorriso da ragazzo coi piedi per terra. Sostiene a gran voce di non aver acquisito alcun vantaggio psicologico su Sinner, nonostante il bilancio degli scontri diretti lo veda avanti 8-4, con una striscia aperta di cinque successi negli ultimi due anni. “Ci sono sconfitte in finale che è difficilissimo metabolizzare, ma so bene di che pasta è fatto Jannik. Siamo amici, non strettissimi magari, ma ci conosciamo. So che tornerà a competere al massimo livello, con una fame e una forza mai viste prima”.

Il piano del murciano per lo swing sull’erba sembrava lineare: usare l’esordio al Queen’s contro Davidovich per ingranare, cancellare il ricordo della precoce uscita agli ottavi dello scorso anno (quando a fermarlo fu Jack Draper, che in questa edizione si presenta come testa di serie numero due) e planare sull’All England Club forte del suo doppio scettro di re di Parigi e campione in carica. Eppure, in un circuito che in questa fase della stagione sembra obbedire a regole logiche totalmente distorte, le gerarchie evaporano in un attimo. Quella rivincita londinese attesa spasmodicamente da tutto il mondo, a sole quattro settimane di distanza, non s’ha da fare: un infortunio al polso ha infatti brutalmente estromesso Alcaraz dal torneo.

L’inferno rosso di Fulham

Con lo spagnolo costretto ai box, il baricentro del tennis si sposta inevitabilmente sul numero uno del mondo. Jannik, per uno di quegli assurdi incastri che solo questo sport sa regalare, si ritrova a dover difendere lui stesso il trofeo di Wimbledon, strappato un anno fa proprio ad Alcaraz in una finale capolavoro chiusa per 4-6, 6-4, 6-4, 6-4. Ma il presente dell’altoatesino sui prati inglesi assomiglia più a un test di sopravvivenza fisica che a una trionfale marcia di avvicinamento.

Oggi, al Giorgio Armani Tennis Classic di Fulham, Sinner scenderà in campo per un match d’esibizione contro Cameron Norrie. Non c’è nulla di ordinario in questa giornata londinese: il sud dell’Inghilterra è sotto allerta rossa a causa di un’ondata di calore anomala diramata dai servizi meteorologici nazionali. Le autorità consigliano di evitare ogni sforzo fisico e l’esposizione al sole tra le 11 e le 15, ma nel primo pomeriggio la colonnina di mercurio toccherà già i 33°C. Nei prossimi giorni si teme un peggioramento, con picchi all’ombra tra i 37°C e i 40°C, accompagnati da un’umidità asfissiante che ostacolerà persino il recupero notturno. La situazione è così estrema che Jannik, durante l’allenamento mattutino all’All England Club, è stato costretto a indossare un gilet refrigerante.

Fantasmi parigini e la memoria dell’acqua

Questo clima infernale non può che rievocare prepotentemente un trauma sportivo ancora fresco, risalente ad appena un mese fa. Perché se nella mente di Alcaraz Parigi rappresenta l’apoteosi e la rimonta perfetta, nella memoria fisica di Sinner la terra battuta francese ha il sapore di un blackout spaventoso.

Parliamo ovviamente di quella clamorosa uscita al secondo turno del Roland Garros contro Juan Manuel Cerundolo. Un match che sembrava in cassaforte — avanti di due set e in totale controllo per 5-1 nel terzo — prima che vertigini e sbalzi termici gli presentassero il conto. Sotto un sole implacabile che infiammava i 32°C del Court Philippe-Chatrier, abbiamo visto un Sinner in palese difficoltà aggrapparsi alle borse del ghiaccio, incapace di abbassare la temperatura corporea, fino a cedere di schianto per 3-6, 2-6, 7-5, 6-1, 6-1.

La cosa crudele e magnifica del tennis è proprio questa: il tempo per disconnettere non esiste. Tra realtà parallele, ricordi sovrapposti e temperature disumane, Jannik si trova ora solo al comando, senza l’ombra del suo eterno rivale ma circondato da pressioni altrettanto roventi. Wimbledon è il torneo che più lo esalta e l’erba è casa sua, ma la difesa del titolo in questa Londra di fuoco si preannuncia come una delle sfide più estreme della sua carriera.