Il panorama di Toyota si muove su due binari ben distinti, quasi agli antipodi per concezione e vocazione, ma accomunati da una ricerca costante di efficienza e concretezza. Da una parte abbiamo la nuova generazione della C-HR, un crossover che punta tutto su uno stile inconfondibile, dall’altra il leggendario Hilux, che con la nona generazione si prepara a traghettare il concetto di “pick-up” verso l’elettrificazione.
C-HR: carisma urbano con qualche compromesso
La C-HR di seconda generazione non passa certo inosservata. È un’auto dalla personalità marcata, con finiture curate e un abitacolo che, almeno davanti, accoglie con materiali appaganti e assemblaggi solidi. Chi la sceglie cerca design e una guida fluida, supportata da una plancia che ha il pregio di mantenere comandi fisici pratici e un sistema multimediale reattivo, pienamente compatibile con Android Auto e Apple CarPlay.
Tuttavia, bisogna scendere a patti con un’abitabilità posteriore che definirei “di serie B”. L’accesso al divano richiede una certa ginnastica per non sbattere la testa e, una volta seduti, si nota la mancanza di attenzioni fondamentali: niente bocchette del clima, niente bracciolo centrale, maniglie al soffitto assenti e pannelli porta essenziali, privi di tasche e rivestiti in plastica nuda. Anche il bagagliaio, pur ben rifinito, è piuttosto sacrificato, restando su dimensioni da utilitaria.
Sotto il profilo dinamico, la C-HR convince in città, dove l’ibrido lavora in modo efficiente e silenzioso. La versione 1.8 da 140 CV è brillante e parca nei consumi, mentre la plug-in da 223 CV offre più brio ma costa di più e riduce ulteriormente lo spazio di carico. Guidandole, l’assetto assorbe bene le asperità anche con i cerchi da 19″, ma occhio al rumore: in accelerazione decisa o in salita, il motore sale di giri emettendo un rombo monotono, e superati i 100 km/h iniziano a filtrare i primi fruscii aerodinamici. Per chi punta all’acquisto, la versione “base” è un po’ troppo spoglia; meglio orientarsi almeno sull’allestimento Trend per avere una dotazione degna di questo nome, contando comunque su un comparto di aiuti alla guida (inclusa la guida semiautonoma) che è eccellente e di serie fin dall’ingresso in gamma.
Hilux: il mito si elettrifica senza perdere la tempra
Se la C-HR è la scommessa urbana, il nuovo Hilux è la conferma di una dinastia. Dal 1968, oltre 27 milioni di esemplari hanno cementato la fama di questo pick-up come sinonimo di invulnerabilità. Con la nona generazione, il colosso giapponese non tradisce le origini, ma le avvolge in un design molto più muscoloso, SUV-eggiante e dinamico. In Europa arriverà solo con la configurazione a doppia cabina, lunga oltre cinque metri, con soluzioni tattiche come le pedane integrate per accedere al cassone.
L’interno segna un salto evolutivo netto: materiali più domestici, assemblaggi precisi e, soprattutto, una digitalizzazione pervasiva. Davanti al guidatore spicca la strumentazione totalmente digitale, affiancata da un sistema multimediale all’altezza delle aspettative. Ma la vera rivoluzione è sotto il cofano. Toyota gioca su più tavoli: il collaudato 2.8 diesel con sistema mild-hybrid a 48V rimane la colonna vertebrale per chi lavora duro – con 204 CV, 500 Nm di coppia e una capacità di traino di 3,5 tonnellate – ma debutta ufficialmente la versione 100% elettrica.
Il Hilux BEV, dotato di una batteria da 59,2 kWh e trazione integrale permanente, vira verso un uso diverso: con 196 CV complessivi, è chiaramente un mezzo che predilige altre rotte rispetto al fratello a gasolio, dovendo cedere il passo in termini di carico utile e capacità di traino. E per il futuro, Toyota ha già messo nero su bianco l’arrivo dell’idrogeno: dal 2028, il Hilux sarà disponibile anche con celle a combustibile, a dimostrazione che, pur cambiando pelle, il pick-up non ha alcuna intenzione di andare in pensione.