Big Pharma, due facce della stessa medaglia: la rivincita di Novo Nordisk e il grande reshoring di Novartis

Big Pharma, due facce della stessa medaglia: la rivincita di Novo Nordisk e il grande reshoring di Novartis

Dopo trimestri passati a rincorrere affannosamente, il colosso danese Novo Nordisk torna finalmente a respirare aria pulita. I numeri dei primi tre mesi del 2026 parlano di vendite nette rettificate per 70,1 miliardi di corone (circa 11 miliardi di dollari); un dato che segna una flessione del 4% su base annua, ma che nasconde una dinamica decisamente più rosea per gli azionisti, tanto da spingere il titolo in rialzo del 3% all’apertura dei mercati di mercoledì. A fare la differenza è stato il debutto col botto della versione in pillola di Wegovy, capace di generare da sola 355 milioni di dollari in un solo trimestre.

Questa partenza sprint ha permesso a Novo di piazzare un colpo tattico fondamentale, bruciando sul tempo la rivale Eli Lilly nel mercato sempre più spietato delle terapie orali contro l’obesità. Non era un risultato scontato. Dalla metà del 2024 le azioni dell’azienda vivevano sulle montagne russe, zavorrate dalla capacità di Lilly di rosicchiare preziose quote di mercato nel segmento GLP-1, vanificando di fatto il vantaggio iniziale che i danesi avevano accumulato con i blockbuster iniettabili Ozempic e lo stesso Wegovy. Una volatilità che, l’estate scorsa, è costata la poltrona allo storico CEO Lars Fruergaard Jørgensen, rimpiazzato dall’insider Mike Doustdar.

E la cura Doustdar sembra funzionare: gli analisti di Jefferies fanno notare come i ricavi abbiano superato le stime di consenso dell’1%. Un risultato che, pur tenendo conto del fisiologico effetto stoccaggio legato al lancio della nuova pillola, ha permesso al blindatissimo franchise GLP-1 di mettere una pezza a un portafoglio insuline che ha clamorosamente mancato le aspettative del mercato.

La corsa all’indipendenza produttiva

Eppure, brevettare e piazzare sul mercato il farmaco del decennio serve a poco se poi si fatica a produrlo su larga scala. Mentre a Copenaghen si difendono le quote di mercato a colpi di innovazione terapeutica, dall’altra parte dell’oceano si gioca una partita altrettanto cruciale sull’infrastruttura e sulla catena di approvvigionamento. È la logica del reshoring industriale, che vede i giganti del settore riportare le fabbriche in patria. Novartis si inserisce esattamente in questo filone con un nuovo, massiccio investimento da 220 milioni di dollari destinato all’area di Morrisville.

Il piano della multinazionale svizzera prevede l’espansione del proprio campus nel Research Triangle Park (RTP) attraverso la costruzione di un impianto al Pathway Triangle. Niente ricerca pura questa volta: la struttura sarà una vera e propria macchina per la produzione di principi attivi (API) destinati a farmaci in forma solida e terapie a base di RNA. L’azienda non ne fa mistero, l’obiettivo è sganciarsi dalla dipendenza estera e riportare il baricentro manifatturiero negli Stati Uniti. Si tratta dell’ennesimo tassello di una strategia ben più ampia, che fa da eco allo stanziamento faraonico di 771 milioni di dollari annunciato a novembre per le contee di Durham e Wake, un bacino che da solo dovrebbe assorbire oltre 700 nuovi posti di lavoro nell’arco di un quinquennio.

La politica locale, come prevedibile, incassa l’assist e capitalizza. Don Mial, a capo della contea di Wake, legge l’espansione come la conferma di un territorio in grado di offrire un bacino di professionisti iper-specializzati, capaci di garantire alle aziende quel salto di qualità operativo di cui hanno disperatamente bisogno in questa fase storica. Anche il governatore Josh Stein inquadra l’operazione Novartis come la prova della leadership incontrastata della Carolina del Nord nella manifattura farmaceutica avanzata; un modo per blindare l’economia statale assicurando, al contempo, la disponibilità di farmaci salvavita sul territorio nazionale.

Con oltre 650 aziende life science e un esercito di 45.000 addetti, il Research Triangle Park dimostra che la vera sfida di Big Pharma oggi non si vince solo nei laboratori di R&D, ma nella capacità di dominare e proteggere l’intero ciclo industriale, dalla sintesi della molecola fino allo scaffale della farmacia.