L’Evoluzione del Movimento: Dalla Culla dell’Umanità alle Strade di Città in Suv

L’Evoluzione del Movimento: Dalla Culla dell’Umanità alle Strade di Città in Suv

Sulla carta, l’idea di questo viaggio sembrava avvolta da un’aura di puro fascino. La realtà, invece, si presenta sotto forma di 43 gradi all’ombra, costringendomi a camminare curvo nel deserto da oltre un’ora, con gli occhi fissi sul suolo arido. Ci troviamo nel bacino del Turkana, nel nord del Kenya. Una regione che ha regalato al mondo così tanti resti di ominidi da essere comunemente nota come la Culla dell’Umanità.

Ebbene sì, tenterò di riassumere l’evoluzione umana in poche righe, pur non essendo in un documentario scientifico. Dopo il Big Bang di 13,8 miliardi di anni fa e la formazione della Terra, facciamo un salto temporale a circa sette o otto milioni di anni fa, quando viveva una grande scimmia, l’ultimo antenato comune tra noi e gli scimpanzé. Le nostre strade si sono poi divise e alcuni dei nostri progenitori, in particolare la specie dal nome quasi impronunciabile Sahelanthropus tchadensis, iniziarono a camminare saltuariamente su due gambe. Molto più tardi, circa 1,8 milioni di anni fa, l’Homo erectus decise di migrare fuori dall’Africa. Noi, gli Homo sapiens, esistiamo da circa 300.000 anni e siamo rimasti gli unici umani sul pianeta da diecimila anni a questa parte.

Siamo qui, dunque, a caccia delle ossa dei nostri antenati. Per l’occasione abbiamo scelto un mezzo di trasporto che vanta un legame, seppur sottile, con la paleoantropologia. Quando i vertici Skoda dovevano scegliere il nome per la loro prima auto di serie totalmente elettrica, optarono per l’irlandese Enya. Deriva dal gaelico Eithne, che significa “chicco” o “seme”, ma che simboleggia soprattutto la “sorgente della vita”. Aggiungendo la lettera Q, marchio di fabbrica delle Suv della casa, è nata la Enyaq. Eccoci quindi a esplorare la Culla dell’Umanità keniota a bordo della Sorgente della Vita boema. Una logica quasi spietata. Solo atterrando alla nostra base di Lodwar, però, mi sono reso conto che ci è stata affidata la potentissima versione vRS a doppio motore. Forse temevano che dei fossili vecchi di milioni di anni potessero improvvisamente darsela a gambe.

Sopravvivenza e scoperte nel deserto

La nostra prima tappa è il Turkana Basin Institute (TBI). Fondato nel 2005 dal celebre paleoantropologo Richard Leakey, l’istituto permette ai ricercatori di lavorare tutto l’anno in questa zona remota. Grazie a questa struttura, i reperti non devono più affrontare quattordici ore di viaggio verso sud fino a Nairobi per essere analizzati. Avendo provato le strade pesantemente sconnesse a ridosso di Lodwar, immagino che in passato usassero delle vecchie Citroen DS per evitare di ridurre reperti inestimabili in polvere. La nostra Enyaq a trazione integrale ha subito poche modifiche per l’avventura: cerchi da 19 pollici presi da una versione base e massicci pneumatici fuoristrada Goodyear Wrangler Duratrac. Ne sono già immensamente grato. Mentre vecchi fuoristrada scricchiolanti ci incrociano rumorosamente, nell’abitacolo della Skoda regna una calma irreale, e fino ad ora abbiamo toccato il fondo della vettura solo una volta.

Carrie Mongle, professoressa della Stony Brook University e ricercatrice al TBI, ci offre una prospettiva chiara: “Quando cerchi fossili, devi ricordare che sembreranno pietre, ma con la forma di un osso. Il colore cambia, ma la conoscenza dell’anatomia ti permette di capire se stai guardando l’alluce di un ippopotamo o il resto di un ominide”. Spesso i ricercatori passano intere stagioni a mani vuote, per poi tornare l’anno successivo e trovare nuovi reperti portati alla luce dall’erosione. La geologia del bacino del Turkana gioca un ruolo chiave, poiché i sedimenti dei laghi antichi seppelliscono rapidamente i resti preservandoli. Ci troviamo proprio sulla maestosa Rift Valley, una spaccatura della crosta terrestre che sta letteralmente dividendo l’Africa di circa un centimetro all’anno. L’intensa attività vulcanica ha lasciato strati di cenere che permettono di datare i ritrovamenti con estrema precisione. Furono proprio i cambiamenti climatici di quest’area, con molta probabilità, a spingere i nostri antenati ad alzarsi in piedi, creare utensili e iniziare a comunicare.

Dalla savana all’habitat urbano

Se le sfide del Kenya richiedono un’elettrica robusta e pneumatici tassellati, l’evoluzione della mobilità quotidiana in Europa segue dinamiche diverse, puntando su un compromesso intelligente tra dimensioni esterne e abitabilità interna. L’anello di congiunzione per chi affronta la ben più comune giungla urbana si chiama Skoda Kamiq. Proposta a partire da 25.500 euro, questa crossover compatta a trazione anteriore nasconde un’insospettabile vocazione per lo spazio. A bordo i centimetri abbondano sia per la testa che per le gambe, garantendo una comodità notevole per i passeggeri e una forma regolare per i bagagli.

La cura costruttiva si fa notare. Le plastiche della plancia sono morbide al tatto e gli assemblaggi risultano precisi, isolando l’abitacolo dai rumori esterni. La dotazione tecnologica non ha nulla da invidiare a modelli di segmento superiore, offrendo un sistema multimediale moderno e connesso al web, oltre a un cruscotto interamente digitale e ampiamente personalizzabile. Gli aiuti alla guida sono onnipresenti; la maggior parte, come il cruise control adattativo, fa parte dell’equipaggiamento di serie fin dalle versioni d’ingresso. Troviamo poi quelle piccole astuzie pratiche che semplificano la vita: l’ormai celebre ombrello nascosto nel pannello della portiera del guidatore, il portellone motorizzato e le comode reti fermacarico nel bagagliaio.

Dinamica e scelte razionali

Sotto il cofano, i propulsori a tre cilindri mille turbo a benzina si rivelano una scelta indovinata. Vivaci e poco assetati, non trasmettono fastidiose vibrazioni. La versione 1.0 TSI Selection da 95 CV offre già un brio sufficiente, anche viaggiando a pieno carico, risultando una base di partenza decisamente solida. Investire qualche soldo in più per la variante da 116 CV, tuttavia, ha un forte senso logico: oltre a una spinta maggiore, si guadagna il cambio manuale a sei marce al posto di quello a cinque, mantenendo del tutto stabili i consumi. Entrambe le trasmissioni si distinguono per grande precisione e fluidità di manovra. Su strada l’auto si guida con facilità, vantando reazioni intuitive e una buona tenuta in curva. Le sospensioni digeriscono con efficacia le asperità del manto stradale persino quando si montano i grandi cerchi in lega da 18 pollici, limitando contemporaneamente il rollio. Per i guidatori più esigenti sono comunque disponibili gli ammortizzatori a controllo elettronico, impostabili su due diverse tarature, uniti a una notevole precisione dello sterzo.

I dazi della compattezza

Ogni processo evolutivo porta inevitabilmente con sé dei piccoli compromessi. Nonostante la Kamiq vanti un’indole da vera sport utility, mancano del tutto le classiche protezioni in plastica sulla carrozzeria. Attenzione quindi alle classiche “toccatine” da parcheggio. L’ergonomia interna, inoltre, inciampa sui comandi a sfioramento della climatizzazione. Con il sistema bizona, troppe regolazioni sono state relegate all’interno del display touch, costringendo il guidatore a effettuare più passaggi e a distogliere lo sguardo dalla strada per modificare la temperatura.

Anche l’ospitalità posteriore presenta qualche rigidità. A differenza di alcune concorrenti dirette, persino quelle costruite sulla medesima base meccanica, il divano posteriore è fisso e non di tipo scorrevole. Chi si ritrova a viaggiare al centro deve fare i conti con una seduta dalla conformazione meno accogliente e, fattore ben più impattante, con un tunnel della trasmissione piuttosto voluminoso che ruba spazio prezioso sul pavimento.