Se c’è una cosa che i costruttori coreani hanno capito delle strade del Vecchio Continente, è che le dimensioni contano, ma l’abitabilità di più. Prendiamo la Hyundai Bayon, un’auto che parte da 23.200 euro e che gioca le sue carte in modo molto razionale. Di base è una i20 cresciuta, tanto che ne eredita senza farsi troppi problemi sia la plancia che le portiere anteriori. Eppure, con i suoi 418 centimetri si piazza in quel limbo tattico del mercato: 11 centimetri più lunga della sorella minore ma 17 in meno della Kona. E a bordo lo spazio non manca affatto.
Certo, se andate a tastare le plastiche della plancia sentite quel tipico feedback sordo dei materiali rigidi, anche se bisogna ammettere che gli assemblaggi sono solidi e non prestano il fianco a scricchiolii. Almeno sui poggiagomiti anteriori hanno avuto la decenza di mettere una buona imbottitura. Su strada è un’auto onesta, si muove agile e tiene bene la traiettoria, peccato solo per la visibilità posteriore un po’ sacrificata dai montanti. La dotazione di serie, però, mette una toppa a eventuali mancanze, offrendo un pacchetto sicurezza di tutto rispetto e un sistema multimediale che, specie se si punta allo schermo opzionale da 10,3 pollici, è decisamente a fuoco.
Sotto il cofano la gamma asseconda esigenze diverse, senza strafare. C’è il vecchio e collaudato 1.2 a quattro cilindri, accoppiato a un manuale a 5 marce, che per chi bada al sodo è la scelta più logica. Costa meno e, se si opta per la variante a GPL, permette di macinare chilometri tenendo d’occhio il portafoglio. Chi cerca un minimo di brio in più deve passare al 1.0 turbo a tre cilindri: qui parliamo di un mild hybrid a benzina, aiutato da un motorino elettrico da 17 CV che dà una bella spinta nelle riprese e taglia un po’ i consumi. Su questa motorizzazione si può montare il doppia frizione a sette rapporti, che vi consiglio caldamente. Sulle versioni manuali, infatti, il pedale della frizione è un po’ ostico da modulare nell’ultimo tratto e, se non state attenti al rilascio, vi regala un fastidioso contraccolpo. C’è però uno scotto da pagare con l’ibrido leggero: la batteria divora il doppiofondo del bagagliaio, facendo crollare la capienza da 411 a soli 334 litri.
Mentre la Bayon rappresenta la risposta concreta alle necessità quotidiane di oggi, l’altro lato della medaglia Hyundai guarda a un futuro che rompe gli schemi, ma per ragioni assolutamente sensate. Lo abbiamo visto chiaramente all’ultima Milano Design Week, dove il labirintico stand del marchio ha calamitato l’attenzione di curiosi e addetti ai lavori.
La protagonista assoluta era la nuova Ioniq 3, che si autodefinisce una “aero hatch”. L’esemplare di serie esposto a Milano brillava di un rosso acceso, un colore che il vicepresidente del design, Simon Loasby, ha deciso di replicare indossando un abito esattamente in tinta. Un tocco teatrale che fa sorridere, ma che dimostra un certo orgoglio per l’ultimo innesto della gamma.
Il progetto della Ioniq 3 nasce dall’idea di voler osare esteticamente, mantenendo però i piedi ben piantati per terra. Ne avevamo già avuto sentore qualche mese fa a Monaco, al debutto del Concept 3. Chiacchierando proprio con Loasby e con il CEO di Hyundai Europe, Xavier Martinet, era emerso come questa compatta ultra-aerodinamica fosse passata ai piani alti senza troppi intoppi. I vertici aziendali hanno dato il semaforo verde convinti da due fattori incrociati: un impatto visivo estremamente forte e la fame atavica degli europei per le auto compatte.
E l’impatto visivo, in effetti, c’è tutto. Vista dal vivo, l’auto taglia l’aria con un frontale completamente levigato e superfici laterali a filo carrozzeria, per poi chiudersi in maniera netta con quel caratteristico spoiler posteriore a coda d’anatra. Un dettaglio che le regala una presenza su strada insolita per il suo segmento, lasciando intuire una direzione stilistica che farà discutere.