Mercoledì, Giugno 20, 2018

corradinoNell'ultimo articolo abbiamo visto come nella rivota passata alla storia come Vespri Siciliani (1282) gli abitanti dell'isola abbiano cacciato i francesi di Carlo d'Angiò (che persero l'isola ma rimasero padroni del resto del meridione d'Italia), a loro volta subentrati agli Hohenstaufen (la casata imperiale sveva) dopo la vittoria nella battaglia di Benevento (1266) su Manfredi di Sicilia.

Poco dopo la battaglia di Benevento però, la casa imperiale sveva tentò di vendicare la sconfitta subita da Manfredi e riprendere quindi il controllo dell'Italia meridionale; il tutto avvenne in quanto i ghibellini italiani, scontenti dell'oppressivo governo angioino, si rivolsero al legittimo erede di Manfredi affinché giungesse in Italia per cacciare Carlo d'Angiò e con esso gli odiati dominatori francesi. Il personaggio in questione era Corradino di Svevia.

Intanto, giusto per riordinare le idee, rivediamo la genealogia della casa imperiale. Partiamo da quel Federico Barbarossa di cui abbiamo parlato riguardo la battaglia di Legnano; questi ebbe come erede al trono imperiale suo figlio Enrico VI, il quale generò Federico II, il quale era il padre di quel Manfredi re di Sicilia che fu sconfitto a Benevento. Bene, Federico II era però anche padre di Enrico VII, il quale fu deposto quando si ribellò all'autorità paterna, per cui fu sostituito sul trono imperiale suo fratello Corrado IV, padre di Corradino. Un po' complicato, ma speriamo di aver dato un quadro semplice della discendenza degli svevi dal Barbarossa fino al protagonista delle vicende che ci accingiamo a narrare.

Corradino scese in Italia nell'autunno del 1267 (allora era appena un sedicenne, da cui il vezzeggiativo di “Corradino” al posto del suo vero nome che era ovviamente Corrado) al comando di un'armata composta da cavalieri tedeschi, spagnoli d'Aragona (la figlia di Manfredi, Costanza, era andata in sposa a Pietro III d'Aragona) e truppe inviate dalle città ghibelline d'Italia; un'armata come si vede piuttosto eterogenea, ma che nel complesso raggiungeva la non trascurabile cifra di 9.000 cavalieri.

Lo scontro con l'esercito francese di Carlo d'Angiò avvenne presso la località di Tagliacozzo (poco distante da L'Aquila) il 23 agosto del 1268; i ghibellini di Corradino erano in superiorità rispetto ai 6.000 cavalieri angioini, ma questi ultimi erano più omogenei e meglio organizzati. I francesi si schierarono su tre linee di cui due erano guidate da Enrico di Courances, mentre al terza, guidata da Carlo d'Angiò in persona, si occultò presso una zona boscosa poco distante. Fatto importante per comprendere l'esito della battaglia, Enrico di Courances indossò le gli abiti da guerra del sovrano (ossia di Carlo d'Angiò) e rimase appositamente in vista del nemico.

L'iniziativa fu presa dai ghibellini (anch'essi organizzati su tre schiere) con una carica della prima linea costituita dalla possente cavalleria tedesca che penetrò a fondo le linee francesi; la seconda linea ghibellina guadò un fiume poco distante ad attaccò sul fianco i francesi, seguita poco dopo dalla terza linea comandata da Corradino. L'attacco ghibellino sembrava aver deciso da subito le sorti della battaglia, soprattutto quando si sparse la voce che il sovrano francese era caduto; il che non corrispondeva a realtà: il caduto tra le fila francesi, che i ghibellini credevano fosse Carlo d'Angiò, era Enrico di Courancges che, come sappiamo, si era “travestito” per sembrare Carlo. Ma tra le fila dell'esercito di Corradino si credette di avere oramai la vittoria in pugno e, mentre una parte dei cavalieri si gettò all'inseguimento dei francesi in fuga, la restante parte si sparpagliò e scese da cavalloper depredare i cadaveri dei caduti e fare bottino. E fu in quel momento che comparve sul campo di battaglia la terza schiera francese, quella al comando di Carlo d'Angiò che era rimasta occultata nel bosco. I cavalieri francesi caricarono quelli di Corradino che erano intenti a festeggiare la vittoria che credevano di aver appena conseguito, ed aerano ovviamente scoperti e totalmente vulnerabili essendo appiedati. A questo punto le sorti della battaglia si rovesciarono, e quando le prime due schiere ghibelline (quelle che erano andate ad inseguire i francesi) si accorsero dell'accaduto e fecero per ritornare sul luogo dello scontro, era ormai troppo tardi; fu un massacro di cavalieri ghibellini e lo stesso Corradino riuscì miracolosamente a salvarsi fuggendo.

Corradino fu inseguito ed infine catturato alcuni giorni dopo la battaglia di Tagliacozzo, venne condotto in catene a Napoli (capitale del regno angioino) e decapitato in piazza del mercato il 29 ottobre del 1268; i resti di quello sfortunato ragazzino tedesco, biondo e dagli occhi azzurri, riposano oggi nella basilica di Santa Maria del Carmine a Napoli. Con Corradino si estinse quella dinastia degli Hohenstaufen che aveva regnato sul trono del Sacro Romano Impero e che da Barbarossa in poi, passando per Federico II di Svevia, era stata protagonista delle vicende italiane nel travagliato periodo della disputa tra guelfi e ghibellini.

Marco Ammendola

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